Negli ultimi quattro mesi la mia vita è cambiata radicalmente. Il 6 maggio 2025 il mio ragazzo mi ha lasciata. Il mondo mi è crollato addosso: la mia fonte di supporto principale era svanita nel nulla, tutto ciò che avevo costruito con lui si era frantumato. Credevo che l’amore potesse bastare per risolvere ogni difficoltà, e invece più amavo, più lui si allontanava.
Il mio universo era in pezzi. Cadevo in un pianto profondo, mi sentivo persa, senza direzione, senza identità. Avevo investito così tanto affinché la mia vita si intrecciasse con la sua, e in un attimo tutto era svanito. Non avevo amici, non sapevo come affrontare il lavoro, non volevo tornare a Spello, non volevo abbandonare ciò per cui avevo lottato.
Così decisi di aprirmi al nuovo. Andai a una cena organizzata per conoscere persone sconosciute. Ricordo bene: entrai tra i primi, venni accolta dal padrone di casa. Poco dopo entrò lui. Il “maledetto”. La sua spavalderia mi irritava, soprattutto in quel momento in cui la mia ferita era fresca. Il suo modo di fare non faceva che amplificare il mio astio verso gli uomini. Ma ciò che mi disturbava di più era che avesse parlato con tutti, tranne che con me. Nonostante avessi tentato di interagire con tutti, l’unico con cui non riuscii a scambiare una parola fu proprio lui. L’unica volta che provai ad avvicinarmi, si allontanò.
Lo dimenticai, finché non lo rividi. Era rimasto impresso nella mia memoria. Anche quella sera si presentò con freddezza, quasi con fastidio. Il mio odio nei suoi confronti cresceva. Ci scambiammo poche parole, ma ogni volta che parlava mi irritava. Non lo sopportavo.
La terza volta lo incontrai a Fregene. L’alcol mi aveva sciolta un po’ di più e, forse grazie a quello, iniziammo a parlare. Fu così che venne integrato nel gruppo. Le nostre conversazioni, però, restavano sporadiche: qualche messaggio, qualche videochiamata, niente di più.
Un giorno mi trovai con un biglietto in più per un concerto a cui sarei dovuta andare con il mio ex. Glielo proposi. Accettò. Fu la prima volta che uscimmo da soli. Quella sera iniziammo a scherzare con più leggerezza, ci punzecchiavamo di continuo: niente malizia, solo divertimento. Durante il concerto ridemmo, cantammo e ballammo senza sosta. A un certo punto, mentre le canzoni rallentavano, mi avvicinai e lo abbracciai da dietro. Lui, in risposta, mi accarezzò la mano. Rimasi pietrificata: il petto in fiamme, la mente in tilt. Mi staccai di colpo.
Fu il primo momento in cui capii che forse provavo qualcosa per lui. Rimanemmo insieme fino alle tre di notte. Il giorno dopo lo rividi, cercai di evitarlo, ma inevitabilmente ci salutammo: mi strinse forte, e di nuovo la confusione tornò a travolgermi.
Da quel momento iniziammo a sentirci più spesso. In una delle tante videochiamate, lui si aprì con me, raccontandomi della sua solitudine. Quando mi chiese come stessi io, i miei muri crollarono: scoppiò il pianto. Mi sentii fragile, nuda, vulnerabile davanti a lui. Mi sembrava impossibile: non volevo che accadesse. Volevo ritrovare la mia indipendenza, il mio equilibrio. E invece lui era arrivato come un fulmine a ciel sereno, sconvolgendo tutto.
Nel mese di agosto, per caso, rimanemmo solo noi due a Roma. Complice il motorino appena comprato, iniziammo a trascorrere più tempo insieme: passeggiate notturne al Colosseo, chiacchiere fino all’alba, cene a casa dell’uno e dell’altro. Ma a un certo punto pensai che per lui fossi solo un’amica. Il mio interesse era ormai troppo evidente. Così provai ad allontanarmi: rifiutai le sue cene, i suoi passaggi, arrivai persino a presentarmi con un altro ragazzo. Ma lo cercavo sempre, con lo sguardo, con il cuore.
Lui non si arrese. Continuava a propormi di vederci. Organizzò un aperitivo di gruppo: io lo ignorai tutta la sera, e lui si mostrò freddo. La notte stessa evitai i suoi messaggi. Il giorno dopo mi chiamò, ma rifiutai la sua chiamata. Poche ore dopo mi scrisse: voleva sapere se partissimo per Salerno, come avevamo programmato. Accettai.
Quel viaggio fu il punto di svolta. Per settimane avevo aspettato un suo passo, che non arrivava mai. Finché, una sera in discoteca, mi si avvicinò. Ballammo insieme. E finalmente accadde: mi baciò, a lungo, con intensità, fino a lasciarmi senza fiato. Le sue mani ovunque, la sua bocca ovunque. Non riuscivo più a ragionare. «Era inevitabile», disse.
Un mese dopo, quel contatto si trasformò in qualcosa di più grande. Ora non riesco a fare a meno di vederlo, di toccarlo, di baciarlo. Non baciarlo è una tortura, non sfiorarlo è una tortura, non scherzare con lui è una tortura.
Non sappiamo cosa siamo, né cosa saremo. Ma ora siamo felici, dannatamente felici.
Eppure, dentro di me, resta una paura infinita: che tutto questo, da un momento all’altro, possa sparire.